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Paese

Dati Generali
Il paese di Pabillonis
Pabillonis è un Comune della nuova provincia del Medio Campidano. È situato a 42 metri sopra il livello del mare, quasi alla confluenza del Rio Malu e del Rio Bellu. Conta 2984 abitanti. Fa parte della XVIII Comunità Montana “Monte Linas?. L´opinione più diffusa è che il nome Pabillonis, che nei documenti appare anche come Paningionis, Paviglionis, Pavigionis, derivi dalla presenza in zona di accampamenti, detti “padiglioni?, risalenti al periodo alto giudicale, di cui si conservano ruderi presso la chiesa di San Lussorio.
Il territorio di Pabillonis
Altitudine: 21/70 m
Superficie: 37,56 Kmq
Popolazione: 3044
Maschi: 1521 - Femmine: 1523
Numero di famiglie: 1025
Densità di abitanti: 81,04 per Kmq
Farmacia: via Colombo,48/B - tel. 070 9353605
Guardia medica: via Dante, 16 - tel. 070 9353050
Carabinieri: via Argiolas - tel. 070 9353622

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Storia

PABILLONIS, altrimenti Pavillonis, villaggio della Sardegna nella provincia d’Iglesias, compresa nel mandamento di s. Gavino della prefettura di Cagliari e nell’antico dipartimento di Colostrai del Giudicato di Arborea.

La sua posizione geografica è nella latitudine 39° 35' 30" e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 24'.

Trovasi in mezzo al gran piano, che dicono Campidano di s. Gavino, alla sinistra del fiume Sacro, in distanza dal medesimo di circa mezzo miglia, dalle montagne di ponente di quattro in cinque miglia e di tre e mezzo dalla grande strada scorrente a levante.

Così situato è esposto a quasi tutti i venti, meglio che agli altri, al maestrale, che entrando per l’apertura della baja di Oristano scorre senz’alcun ostacolo; e men che ad altri, al ponente per l’opposizione delle indicate montagne.

Il territorio di Pabillonis è tutto piano, non potendosi dir colline quei rilevamenti che sono al greco-levante e al greco-tramontana, poco notevoli per differenza di livello e spianati nel dorso.

La intera superficie si può computare di miglia quadrate 20.

A levante sono alcune fonti, donde è il rivolo che scorre all’austro del paese (su rieddu); in altre parti non si potrebbero indicare, che alcune tenui venette, che facilmente inaridiscono nel bel tempo. Gli abitanti devon bevere l’acqua de’ pozzi, scavati a varia profondità ne’ cortili delle case.

Come ho già notato l’agro de’ pabillonesi è traversato dal più gran fiume che scorra nelle regioni meridionali del Campidano arborese, e che nell’antica geografia appellato Sacro, or procede variamente nominato nelle diverse regioni, per cui passa. Di questo fiume abbiam già fatto parola nell’artic. Arcidano, ora proporremo meglio la sua origine.

Le sue fonti primarie e principali sono nel gruppo delle montagne di Villacidro, a ponente di monte Linas, nella regione, onde pur move il rio, che dicono Flumini-majori. Da quel luogo incurvandosi prima verso maestrale, poi verso greco traversa la bella vallata di Arbus, e va crescendo delle acque de’ contra-forti del detto monte e de’ rivoli provenienti da’ salti al ponente del predetto villaggio. Uscito nel piano, se è abbondante di acque, ne lascia scorrere una parte in un canale inchinato dirittamente verso tramontana sino a miglia 6 1/4 sotto il colle Cepara, donde volgesi a maestro-tramontana sino dopo altre tre grosse miglia, dove ritorna nell’alveo maggiore con l’incremento ottenuto dalle acque delle pendici orientali delle montagne del Colostrai, raccolte in tre rivoli. Ma la gran corrente diretta verso greco è subito compensata dalle fonti della costa boreale del Linas, il rivolo delle quali, dopo molti aumenti, scende verso tramontana, passa tra Gonnos e Fanadiga, e così cresciuto segue verso Pabillonis, all’austro del quale, in distanza d’un miglio e mezzo, accoglie il rio di Forru, che ha sua prima origine presso questo paese, e un notevole aumento non lungi da s. Gavino, e poi per il rigagnolo delle acque termali di Sardara, onde poi procede con vari meandri sino al libeccio di Arcidano dove riceve l’anzidetta sua derivazione, e dopo tre miglia si versa nel seno di Marcellino. Il Sacro straripa spesso in tempi assai piovosi, spargesi largamente e distrugge gran parte de’ seminati.

La poca profondità del suo alveo fa che si patisca tanto danno.

In vari siti, dove il terreno si deprime in bacino, raccoglionsi le alluvioni e formasi paludi, che non sono men di dieci, tra le quali sono principali la palude detta Pauli-Ortaci, e quella che dicesi Pauli sarmentu. La superficie complessiva di tutte è di 2500 ari, nella qual somma entrano le due nominate per 600 ari rispettivamente. Nell’estate resta scoperto il loro fondo melmoso e produce abbondanti miasmi. Sono esse intorno al paese a vario raggio sino a metri 2000.

In questo territorio mancano i grandi vegetabili e sono rare le macchie.

I maggiori animali selvatici lasciarono questi salti alle volpi e alle lepri.

I grandi uccelli di rapina passan soventi su queste regioni, e le cornacchie vi discendono in grandi stormi, quando vedono i germogli delle fave per scavarne la semenza; i gentili, principalmente le pernici, occorrono frequenti, gli acquatici nuotano sulla corrente del fiume, e quando i due sunnotati bacini hanno del-l’acqua vi stanziano molte anitre. I passeri volano striduli in sciami immensi e causano gravissimi danni nelle messi.

Nelle acque del Sacro trovansi molte anguille assai pregiate e delle trote.

Il nome di questo fiume ha, come altrove notammo, sua ragione in questo, che scorrea prossimo alla tomba, dove era stato deposto Sardo, intorno al quale i suoi avean eretto un monumento d’onore, che poi cangiossi in un luogo di religione.

Clima. Abbiam già notato che Pabillonis era un luogo ventilato, esposto principalmente al maestrale e sotto l’influenza della tramontana, e si è potuto intendere che la sua temperatura non dev’esser eccessiva nell’estate se non quando soffino i levanti o i siroccali, e che molta dev’essere l’umidità, frequente la nebbia; or noteremo la frequente scarsezza delle pioggie e la rarità delle tempeste estive. L’aria nelle stagioni estiva ed autunnale è insalubre per li morbiferi effluvii delle paludi circonvicine e delle pozzanghere del fiume quando se ne interrompe le correnti, e anche per le pessime esalazioni de’ fanghi dell’estremo seno del Marcellino trasportati dal maestrale. Questa malignità potrebbe di molto esser diminuita aprendo uno scolo alle acque ferme, che abbiamo indicato.

Popolazione. Nell’anno 1844 in Pabillonis anime 1309, distinte in maggiori di anni 20, maschi 396, femmine 400, e in minori, maschi 265, femmine 248, distribuite in famiglie 315.

I pabillonesi sono diligenti nella fatica, hanno della attività, e alcuni mostransi industriosi. È per questo che in meno di cinquant’anni la popolazione è cresciuta al doppio.

La principale loro professione è l’agricoltura, alla quale danno opera speciale quattrocento circa persone, mentre quelli che sono particolarmente applicati alla pastorizia posson sommare a 60, gli altri che praticano i mestieri di vasai, muratori, falegnami, ferrari, scarpari, sarti, ecc. non pajono in totale più di 50.

In Pabillonis, come ne’ prossimi paesi di s. Gavino e Guspini e in quello di Pau, si fabbricano tevoli, mattoni, quadrelle, brocche, pentole e altre sorta di stoviglie, delle quali opere, che sono domandate da tutte le terre d’intorno, si ha un lucro notevole, sebbene le medesime sieno di molta rozzezza.

In tutte le case trovasi un telajo di antica forma, e le donne vi sono assidue per lavorare quello che è d’uopo alla famiglia in lino e in lana.

La scuola elementare è poco men che deserta non concorrendovi più di otto in dodici fanciulli. Eppure quelli che dovrebbero mandarsi da’ genitori per esservi istruiti, cioè i giovanetti d’età fra li 6 e 10 anni, non sono meno di 70.

Questi popolani, quando felicemente sorpassano i molti pericoli che sono nella prima età, acquistano una gran robustezza e resistono alle cause morbifere, anche alla ordinaria influenza de’ miasmi. Il comun corso della vita è a’ 45 anni; pochi inoltrano verso i settanta.

Le malattie, cui van soggetti, sono infiammazioni di vario genere, febbri intermittenti e perniciose, fisconie idrominali, idropisie. Alle cure sanitarie non si ha che un chirurgo, e un flebotomo.

Il movimento della popolazione si può determinare nelle seguenti medie, nascite 54, morti 30, matrimoni 20.

Agricoltura. Nell’agro pabillonese sono molte regioni di suolo fecondissimo, nelle quali quando le pioggie vengono opportune i seminati prosperano maravigliosamente.

La grandezza della superficie che annualmente coltivasi, fra vigne, orti, giardini, e chiusi, si può computare di starelli 2500, mentre i terreni colti della vidazzone aperta si posson determinare di circa 1000 starelli.

La quantità de’ semi che si danno a’ solchi sono approssimativamente, starelli di grano 2000, d’orzo 500, di fave 400, di legumi 100, di lino 120.

La fruttificazione di questi semi in anno di ordinaria fertilità è nella comune del 10 per il grano, del 15 per l’orzo, del 14 per le fave, del 16 pei legumi.

Di lino raccogliesi il doppio del seme e quintali 140 di fibra.

Le vigne comprendono un’area di circa 400 starelli, dove, non compresi gli spazi alberati e vacui, potrebbe essere un milione di fondi, e tuttavolta appena ce ne saranno 600000, il frutto dei quali devesi calcolare a circa 3500 marigas o brocche, che equivarrebbero a quartieri 35000.

Fra le varie sorta di uve predomina la vernaccia e il nuragus, le altre sono molto più rare, e in molto minor numero il bovali e il cannonàu.

La manipolazione del mosto è fatta con poca intelligenza, e pertanto i vini che potrebbero essere di gran bontà sono di un pregio mediocre.

Il prodotto essendo soperchio alla consumazione, però tutto l’eccedente si versa nei lambicchi per farne acquavite, della quale mettono in commercio una notevole quantità.

La porzione del mosto che cuocesi per sapa alla provvista della famiglia non è gran fatto considerevole.

I fruttiferi non sono un gran numero, perchè il loro totale forse non sorpassa gli ottomila ceppi.

I più comuni sono fichi, peri, pomi, sorbi, ciriegi, susini, olivi, peschi, mandorli; le loro varietà pochissime.

Mancano pertanto i pabillonesi di moltissime frutta, che il loro terreno potrebbe produrre facilmente, pomi di tutte le sorta, che sono coltivati in Villacidro e altrove, agrumi ecc., e mentre li desiderano e spendono per averne, non si curano di averli ne’ propri predi, dove sono tanti spazi vacui. Ma giova sperare che quindi non lascieranno inerte la virtù del loro suolo. Già han rivolte le loro cure ad accrescere il numero degli olivi, e pajono disposti alla cultura de’ gelsi per intraprendere quella de’ bachi, e partecipare del beneficio che tanti cominciano a godere e altri studiano a procurarsi con numerose piantagioni.

Orticultura. Si usa qualche diligenza per la meliga, il cui frutto compensa bene le cure, e si opera con pari studio sopra i melloni e i citriuoli, che vegetano con gran forza e sono molto stimati. Questa cultura è estesa in una superficie di circa 150 starelli.

Le altre specie ortensi sono zucche, cardi, melingiane, pomi d’oro, cardo, apio, lattuche, cavoli ecc.

Gli orti si inaffiano con l’acqua che estraesi per la ruota dei molini con una operazione dispendiosa e lenta, ed è perciò che non ha potuto prosperare questo ramo di coltivazione, e non prospererà, finchè idraulici intelligenti non disegnino de’ canali, per cui sia derivata l’acqua del fiume e distribuita secondo il bisogno. Sarà faustissimo per gli interessi agrari e pastorali della Sardegna quel giorno, nel quale si cominceranno le necessarie operazioni per volgere a usi benefici le acque dei fiumi sardi, che ora scorrono al mare inutili e si dissipano nelle campagne in frequenti pantani e paludi; allora la cultura delle specie ortensi si spiegherà in tutta la latitudine che può avere, gli agrumi e tanti altri fruttiferi, cui piace un terreno umoroso vegeteranno, tanta corruzione di vegetali e tanto letame, che or contamina l’aria respirabile, servirà alla nutrizione delle piante, dalle quali saranno assorbiti i gaz perniciosi, e in vece versati abbondantissimi rivi di ossigeno; allora verdeggeranno i prati, e si avrà un pinguissimo fieno per nutrire e impinguare i buoi, le vacche e le cavalle, e questi animali preziosi non si degraderanno, come fino al presente, per quanto patiscano dalle inclemenze atmosferiche errando ne’ salti per cercare un alimento, che spesse volte manca, e per trovar dell’acqua, che devono spesso aspirare dai pantani immonda, calda e verdiccia di muffa corrotta, o attossicata dal fiume, dove si sparse il sugo della tassia o d’altr’erba venefica per raccoglierne i pesci.

Finora i pabillonesi poco si sono curati di chiuder le loro terre, e pochissime sono le tanche che si possano indicare. In alcune di queste vedonsi de’ gruppi di pioppi, de’ cui tronchi si formano travi per i tetti delle case.

Bosco ceduo. Manca affatto, come sopra accennai, e non pertanto nessuno pensa ancora a piantarne in quei salti, dove non si potrebbe far molto profitto con l’aratro e con la zappa, e si lasciano spoglie di vegeta-bili le sponde de’ fiumi.

Pastorizia. I pascoli pabillonesi abbondano in certi tempi, scarseggiano o mancano in altri, e in questo ultimo caso muojono le bestie per il digiuno, mentre nella penuria dimagriscono e producon poco latte, e nella troppa abbondanza sono decimate per malattie, alle quali i pastori non sanno porger rimedio.

Il totale dei capi che si educavano si è computato di seimila e più, numerandosi nell’anno sunnotato:

Nel bestiame manso buoi 600, cavalli 150, majali 200, giumenti 350.

Nel bestiame rude vacche 550, cavalle 150, porci

300.

Non si hanno capre, perchè i salti non producon il pascolo, che piace alle medesime.

I formaggi sono di pochissimo pregio per la malintesa manipolazione.

Apicultura. Pochi han cura delle api, e però devesi domandare da altre parti il miele e la cera, che potrebbesi avere senza spesa.

Commercio. Quello che si ottiene dalla vendita degli articoli agrari e pastorali, e dalla industria delle grossolane stoviglie, non si può nell’ordinario calcolare a più di lire nuove 40000. Vendesi più spesso a’ terralbesi, che ad altri negozianti.

Abbiam indicato la distanza in cui trovasi questo paese dalla strada grande, e or determineremo a che intervallo stia dalle più cospicue terre, che sono intorno.

Dall’Arcidano verso maestro-tramontana miglia VI e mezzo per vie fangose in tempi piovosi.

Da Uras verso tramontana idem.

Da Terralba passando per l’Arcidano altre miglia II verso tramontana.

Da Guspini verso libeccio miglia V e mezzo, traversando il fiume Sacro, quando è permesso il guado, e poi quel ramo di derivazione, che già abbiam descritto.

Da Villacidro verso l’austro miglia IX guadando quando si può il rio di Forru o di s. Gavino.

Da S. Gavino verso sirocco miglia IV, traversando due rivoli per via difficile nell’inverno.

Da Sardara verso il greco-levante miglia IV e due terzi, traversando un rivolo per vie parimente difficili.

Religione. La parrocchia di Pabillonis è compresa nella diocesi usellitana, e si governa da un parroco, che è qualificato rettore ed assistito da due sacerdoti nella cura delle anime.

La chiesa maggiore è dedicata alla SS. Vergine del titolo alle nevi.

La minore a s. Giovanni Battista, presso la quale in mezzo dell’abitato è il cimiterio; e qui tuttora, dopo tanto tempo da che fu comandata la erezione d’un campo santo in certa distanza dal paese per sotterrarvi i morti in quel modo, che era stato prescritto, si continua a inumare i defunti in fosse poco profonde, donde facilmente espira la mefite della corruzione. Ma perchè si ostinano a fare contro un ordinamento quanto rispettabile, tanto savio? Se quei che son capi avessero voluto, anche il popolo avrebbe voluto.

Si è già abbastanza calunniato il popolo di mala volontà, si è opposta la forza de’ pregiudizi suoi, quella mala volontà non la saprei riconoscere, e se regnano alcuni pregiudizi egli è perchè non si studia a illuminare le menti. Dirò io la vera ragione, perchè i campi santi non furon fatti dopo tanto tempo? Perchè si teme la molestia di fare un tratto di strada fuor del paese, per il freddo o per il calore o per il fango!!!

Egli sarebbe causa di maggior merito se si patisse qualche incomodo facendo l’opera di misericordia cristiana che è il seppellire i morti; tuttavolta se vuolsi evitare l’incomodo si può evitare senza disobbedire alle ordinazioni del governo. I defunti si portino in chiesa per esservi benedetti con le solite cerimonie, e poi nella notte si mandino al camposanto.

La struttura d’ambe le chiese è di arte antica, o come dicono volgarmente di architettura pisana.

Esistea prima una chiesa rurale, dedicata a s. Lussorio, un’ora dal paese presso il bivio, donde si va per tramontana ad Uras, per maestrale ad Arcidano, intorno alla quale si sono trovate molte casse mortuarie con delle ossa.

Le feste principali con intervento di forestieri, pubbliche ricreazioni e corsa di barberi sono per la natività e decollazione di s. Gio. Battista, s. Lussorio, la natività della B. Vergine, e s. Narciso.

Antichità. Entro la circoscrizione di questo territorio trovansi tre nuraghi, uno detto Surbiu distante dal paese poco men di un miglio e in massima parte disfatto; l’altro appellato Nuraxi-Fenu distante quasi un miglio e mezzo, e degno di esser considerato e annoverato a’ più grandi che si conoscono, quali pur sono i prossimi del territorio di Guspini, il Saureci, il Fumìu e l’Orco; il terzo denominato dall’indicata chiesa di s. Lussorio e prossimo al fiume è pure da esser riguardato per la sua grandezza. Esso era circondato d’un’altra costruzione e due nuraghetti di questa si possono ancora vedere in parte. In uno de’ quali nel principio del corrente secolo si scoprì un’urna quadrilunga di metri due e mezzo nel lato maggiore, e dentro la medesima delle grandi ossa (!!).

Popolazioni antiche. Era senza dubbio abitato il luogo dove vedonsi ancora le mura della chiesa di s. Lussorio, ed era parimente abitata la regione, che dicono domu de campu, nella quale sotto la superficie coltivata trovansi molte fondamenta, e gran copia di pietre che i pabillonesi estraggono e portano nel paese per le novelle costruzioni. Quelli che scavarono han trovato varie anticaglie e gran numero di monete antiche. La sua posizione è indicata al maestrale a circa un miglio e mezzo presso al fiume, la distruzione è riferita per la tradizione all’anno 1400; ma fu certamente di molto anteriore, perchè nel tempo di Leonora non più si nominava tra i paesi abitati. Secondo la indicata memoria i mauri dell’Affrica, sbarcati nel seno di Flumentorgiu, avrebbero invaso, disfatto, incendiato questo luogo; e le reliquie della popolazione si sarebbero ritirate nel luogo attuale di Pabillonis.

Ma nè pur in questo visse quel popolo sicuro dalla ferocia de’ barbari, perchè, come è notato nella storia, nell’anno 1584 gli affricani discesi nello stesso seno, e guidati, come è necessità supporre, da un rinegato, fecero assalto improvviso. Una parte dei popolani potè salvarsi colla fuga, gli altri, vedendosi stretti dai barbari, si ritirarono nella chiesa, e dal campanile e dal tetto combatterono per molte ore, sperando di esser soccorsi dalle genti dei prossimi paesi; ma prima che comparissero i desiderati liberatori la masnada barbarica espugnava la chiesa, legava in grandi funate i prodi con le persone imbelli, donne, vecchi e fanciulli, e poteva tornare indietro sino alle navi con i prigionieri e con la preda. Narrasi che il figlio d’una delle donne pabillonesi, nato in terra de’ barbari e poi salvatosi con ricco peculio, abbia dimostrato le sue grazie a Dio offrendo in dono alla parrocchia un prezioso cuscino, che si è conservato fino a questi giorni con la memoria del donatore, e ponesi nel giovedì santo sotto la croce.

La invasione sunnotata del 1400 è un novello fatto e acquisto alla storia della eterna guerra de’ barbareschi co’ sardi, la quale in questa regione meridionale di Arborea ha già diversi avvenimenti conosciuti;

1.º L’assalto di Bonorchili che dev’esser avvenuto entro il secolo XIV.

2.º La distruzione di Domu e Campu prima del-l’epoca di Leonora.

3.º L’invasione di Uras, Terralba, e Arcidano nel 1527.

4.º L’invasione di Pavillonis nel 1584.

5.º L’invasione di Serru. Vedi artic. Colostrai.

Quando Leonora patteggiava col re di Aragona assistita da sindaci de’ dipartimenti d’Arborea esisteva già Pavillonis, del qual popolo, come degli altri del cantone, il sindaco di Monreale era rappresentante. Nella nota degli attori e procuratori (da noi riferita in notazione in fine dell’artic. d’Ozieri) leggesi Panigionis, ma non si può dubitare che l’originale avesse Paviglionis o Pavigionis.

Questo nome, che significa attendamenti militari stabili, un campo di guardia, ci indica che in tal sito, a’ confini con lo stato di Plumino o di Cagliari, accampavansi gli arboresi in numero sufficiente per far fronte a’ pluminesi e reprimerli se volessero tentare una invasione. Gli arboresi avendo usato di dire per forma più breve I padiglioni per Il luogo dove sono i padiglioni, quell’appellazione prevalse e restò poi sempre al luogo. L’epoca, nella quale i guerrieri di Arborea furono soliti accamparsi in quella regione fu certamente di moltissimi anni anteriore a Leonora.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Pabillonis
17 Gennaio: Sant'Antonio abate - Si festeggia con il tradizionale falò in piazza e con la degustazione di piatti tipici e buon vino
24 Giugno - 29 Agosto: San Giovanni Battista
1° domenica di Agosto: Nostra Signora della Neve, festa della Santa patrona
metà Settembre: San Lussorio
31 Dicembre: Su trigu cottu - È usanza a Pabillonis, per l’ultimo giorno dell’anno, cuocere il grano e condirlo con sapa e miele. Un piatto che deriva dalla tradizione contadina e che è considerato di buon auspicio per il nuovo anno.